L’avventuriero Roncitellese che occupò la Rocca Roveresca
20 dicembre 1789




Francesco Fornacciari nacque da famiglia contadina vicino al paese di Roncitelli, era fornito di notevole coraggio e di forza fisica ma di mente prava sguardo torvo e truce;
A lui, fin dalla prima età, piaceva ascoltare racconti di guerra, di ribellioni, di furti, rapine e ogni altra nefandezza e da (quei) racconti, che spesso erano riportati da uomini pessimi, stupidamente, si sentiva attratto.
E così, sottoponendo il corpo alla fame e al freddo si allenava continuamente a sopportare disagi in modo da preparare il carattere già feroce a compiere le azioni più audaci. Era di indole infida, iroso, anche pederasta (effemminato), prepotente e predisposto al delitto.
Divenuto maturo se ne andò dalla campagna a Senigallia dove decise di fare il soldato e fu preso al soldo del Prefetto della Rocca Vitaliano Trotti, ma solo per breve tempo. Infatti il Prefetto non lo vedeva di buon occhio, e, visto che attaccava spesso lite con gli altri soldati, alla prima occasione, lo cacciò.
Tuttavia il Fornacciari per niente preoccupato (insensibile), poiché si sentiva attratto dalla vita cittadina, si mise a fare, già che lo aveva imparato fin da bambino, il mestiere del falegname. E tuttavia non trovò pace a lungo nemmeno in questa professione. Infatti avendo cominciato a frequentare prostitute e omosessuali e, in questo modo, dando fastidio a parecchia gente, si espose all’autorità di chi governava. Per cui venne ricercato (e), poiché non voleva lasciare le cattive compagnie (i complici), fu costretto a cercar rifugio nelle chiese.
Ogni tanto usciva dal rifugio ma era così carico di armi che nessuno del gruppo dei conoscenti (compagni) osava avvicinarlo (farglisi incontro). Nel periodo in cui se ne stava dentro passava il tempo a costruire sedie, esperto nell’arte di falegname con la quale si era guadagnato diversi clienti. Alla fine, non molto dopo, per intercessione di uomini illustri che aveva talmente supplicato, chiese perdono al Principe dei suoi delitti. Ottenuta la libertà, appena capì di sentirsi al sicuro, desideroso di guadagnare, fece società col fabbro Faina suo grande amico, e decisero di dedicarsi alla pesca, convinti che, se le cose fossero andate bene, avrebbero ottenuto facilmente un buon guadagno. Tuttavia la cosa era compliacata per il (semplice) motivo che mancava denaro a disposizione, del quale però ne facevano dispendio.
Tuttavia non possedevano niente tranne che il coraggio al punto che per raggiungere il loro scopo decisero di prendere denaro in prestito. Ed infatti, trovati i soldi a strozzo e fattone subito incetta secondo il bisogno cominciarono a darsi da fare per costruire piccole barche volgarmente chiamate “cocchie” ( ). E allora si vedeva il Fornacciari scavare, lisciare, connettere travi mentre il suo socio Faina fondeva utensili, fissava, (rim)batteva sbarre per i timoni. Per cui dopo breve tempo le barche finite (di costruire), munite di vele, di reti e di altri utensili, arruolata la ciurma, munite di permesso per pescare, furono messe in mare.
Ma sebbene loro (gli affittuari) si dessero da fare per i propri interessi e per quelli dei proprietari tuttavia dopo alcuni mesi, fatti i conti, Fornacciari si rese conto che troppo poco o niente gli aveva reso il lavoro tanto che non poteva sperare di poter restituire i soldi presi a usura. Fu costretto allora ad aguzzare l’ingegno e decise di intraprendere altri affare coi quali trovare maggiore fortuna.
In quel tempo il Governo della città per aumentare le entrate aveva la consuetudine di far vendite all’asta con la quale l’appaltatore, pagando una cifra all’anno, si prendeva l’incarico di pesare, controllare e stimare le merci soggette all’onere (del debitore) in una pesa pubblica in cui si stabiliva il peso, affinché non si verificasse di nascosto qualche frode o truffa fra i compratori. Dunque, poiché (un certo) Francesco Comarello aveva preso in appalto questo incarico, ritenendo Fornacciari che sarebbe stato un vantaggio subentrare a Comarello, stabilito con questo un determinato prezzo, prese per tre anni in subappalto (la gestione) dell’asta pubblica.
Sta di fatto che, sebbene (Fornacciari) avesse preso questo lavoro con molta serietà e ci guadagnasse bene, tuttavia questo non bastò per far andare bene la faccenda. Infatti trascorse una parte dell’anno si accorse senza ombra di dubbio che aveva ottenuto talmente poco guadagno dall’affare che a stento, e neppure a stento, gli rimaneva qualcosa per campare.
Non ce la fece più dunque non solo a pagare l’affitto a Comarello ma nemmeno a liberarsi dei debiti ammucchiati precedentemente. Per ciò, chiamato a giudizio davanti al Pretore affinché rispettasse i patti si difese con accanimento assistito con zelo e competenza dall’avvocato Tommaso fossi, tanto che fu assolto dal giudice. Tuttavia in seguito la causa venne portata avanti al tribunale del Vescovo ( ) e il Vicario Generale, come raccontano, con un’altra interpretazione che trascurava la difesa pur eccellente del suo avvocato, stabilì che Fornacciari doveva i soldi e lo condannò al pagamento del debito.
Poco tempo dopo terminata la lite l’avvocato reclamò dal cliente il denaro dovuto per la difesa della causa ed il compenso per il suo lavoro. Ma invano. Infatti il Fornacciari che non era in grado di pagare rifiutò con fermezza di saldare il conto tanto che, dopo alterni e ripetuti palleggiamenti…



























Interessantissimo poi questo Post di Leonardo Badioli di Senigallia pubblicato in aprile 2025 su Facebook
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